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bdsm

un lavoro ben fatto parte 13


di femboyinesperto
24.06.2026    |    81    |    0 8.0
"Ero grato, molto grato, di essere già venuto tre volte, perché altrimenti il mio cazzo si sarebbe drizzato in quell'istante, avrebbe creato un'ingombro visibile sotto la camicia, rovinando..."
Ero ancora in bagno, inginocchiata sulle piastrelle fredde che mi imprimevano dolore nelle ginocchia, con le mani incrociate dietro la schiena in quella posa che la Signora mi aveva imposto, quella posa da brava cagnolina che aspetta il prossimo comando. Mi guardai nello specchio sopra il lavandino, cercando il mio riflesso tra le strisce opache di saliva che avevo lasciato sul vetro mentre leccavo gli ultimi residui dello sperma dello zio. Mi vedevo patetica, umile, con gli occhi spalancati e supplichevoli, il nero del mascara che mi colava lungo le guance in rivoli scuri, le labbra ancora gonfie e umide, il choker che brillava al collo come un segno di sottomissione. Avevo ancora il sapore in bocca, quel miscuglio nauseante di urina salmastra della Signora e sborra amara dello zio, quel cocktail di umiliazioni che mi riempiva la bocca e mi gonfiava lo stomaco di calore nauseante ed eccitante.

Ero lì, in quella posa da troia addestrata, le mani strette dietro la schiena che mi spingeva il petto in fuori, il viso di una femminuccia ubbidiente che aspettava la prossima degradazione, e nel riflesso del vetro sporco mi vedevo esattamente per quello che ero diventata: un oggetto, una cosa che la Signora stava plasmando con le sue lezioni crude.

La Signora mi prese per il braccio con una presa che non ammetteva repliche e mi fece alzare. Il suo sguardo era freddo, analitico, quello di un ispettore che valuta una merce. Mi fece voltare, mi sollevò la maglietta corta con un gesto secco, e io sentii il suo fiato che si fermava per un istante, non per desiderio, ma per disgusto professionale. I jeans, quei jeans attillati che avevo indossato con tanta cura, erano macchiati di chiazze opache, evidenti, multiple, i segni della mia eccitazione che avevo cercato di reprimere mentre guardavo lo zio masturbarsi, mentre ingoiavo la sua sborra amara, mentre la Signora mi pisciava in bocca nella vasca. Anche le mutandine erano una macchia scura, quasi nera, completamente inzuppate di precum, il tessuto che aderiva alla pelle come una seconda pelle bagnata, disegnando la forma del cazzo che avevo cercato di nascondere.

La Signora non disse nulla. Il suo silenzio era più pesante di qualsiasi rimprovero. Mi lasciò lì, in piedi, con le mani che cercavano istintivamente di coprire le macchie sui jeans, un gesto inutile e patetico. Uscì dalla stanza, sentii i suoi passi che si allontanavano verso il soggiorno, il mormorio di una conversazione sommessa con lo zio. Aspettai, tremante, sentendo il freddo dell'aria condizionata che mi colpiva la schiena nuda sotto la maglietta sollevata. Quando tornò, aveva in mano una camicia bianca, una di quelle da uomo, di cotone pesante, con le spalle larghe e il taglio dritto. Me la porse senza una parola. La presi, confusa, poi la Signora mi fece togliere la maglietta sotto, lasciandomi solo con quella camicia che mi arrivava a metà coscia, un abitino improvvisato che mi faceva sentire simultaneamente vestita e completamente esposta.

La camicia era troppo grande, le maniche che mi coprivano le mani, il colletto che mi arrivava fino al mento, ma la lunghezza era quella che contava: cortissima, appena sufficiente a coprire il culo se rimanevo perfettamente immobile.
Quando uscimmo vidi che lo zio, dal divano, alzò lo sguardo. Non disse nulla, non fece commenti, ma vidi qualcosa nei suoi occhi, un lampo di apprezzamento che si accese e spense in un attimo. Tornò al portatile: leggeva i racconti che avevo scritto, quelle fantasie umilianti che avevo archiviato nella cartella "a casa dello zio", ma non sapeva che li avevo scritti io, non sapeva che ero suo nipote, che il ragazzo che aveva conosciuto anni prima si era trasformato in quella creatura profumata di fragola che ora gli offriva il caffè con mani tremanti.


Mi misi a lavorare, a spostare oggetti, a spolverare, ma il mio corpo tradiva ogni sforzo di concentrazione. Tra il ricordo di lui nel bagno, il cazzo in mano, lo sperma che schizzava contro il lavandino, e l'umiliazione subita nella vasca da bagno, ero in uno stato di eccitazione costante, dolorosa. Il cazzo mi premeva contro la parte interna della coscia, duro, pulsante, il precum che continuava a fuoriuscire, continuando a macchiare i jeans cortissimi proprio sotto l'inguine, creando macchie trasparente che si espandevano a ogni movimento. La Signora lo notò, naturalmente. Notava tutto. Mi prese di nuovo per il braccio, questa volta con una violenza maggiore, e mi trascinò verso il bagno.

Appena dentro, con la porta che si chiudeva alle nostre spalle, mi diede uno schiaffo. Non uno schiaffo teatrale, ma uno schiaffo vero, che mi fece girare la testa e mi bruciò la guancia, lasciandomi il ronzio nella guancia e nelle orecchie.
"Sei proprio una zoccoletta," disse, la voce bassa, tagliente, piena di una rabbia fredda. "Ti ho dato i vestiti di mia figlia, e li hai inzuppati di quella schifosa sbavatura che hai tra le gambe." Ma mentre mi insultava, mentre mi chiamava troia e svergognata, sentii il mio cazzo che non si afflosciava, anzi, che diventava più duro, che pulsava con un ritmo che batteva a tempo con il cuore che mi martellava nelle tempie. L'umiliazione mi eccitava, la sua rabbia mi accendeva, e questo paradosso mi rendeva pazzo.

La Signora vide l'erezione che non spariva, anzi che cresceva sotto la camicia, disegnando una cura evidente contro il cotone bianco. Scosse la testa, disgustata ma anche divertita, in quel modo crudele che le era proprio. Mi fece togliere le mutandine, le tirò giù con un gesto secco, facendomele scendere lungo le gambe fino alle caviglie, poi me le fece calzare di nuovo, ma stavolta sulle mani, come guanti sporchi, e mi ordinò di metterle davanti alla toppa della porta, proprio all'altezza della serratura, in modo che coprissero la fessura, impedendo a chiunque di guardare dentro e vedere il mio pene che ormai premeva insistente contro la stoffa della camicia.

Poi mi sistemò davanti al lavandino, lo stesso lavandino dove poco prima lo zio aveva scaricato la sua sborra, dove io avevo leccato i residui, dove ancora c'era l'odore acre del suo sperma. Mi fece spogliare dei jeans, lasciandomi solo con la camicia troppo grande e le mutandine sulle mani. Mi sistemò con le gambe divaricate, le palle appoggiate sul bordo freddo della ceramica, proprio come aveva fatto lo zio. Solo che stavolta la porta non venne chiusa a chiave.

Un invito pericoloso, una possibilità di essere scoperti che mi terrorizzava ed eccitava. La Signora mi guardò negli occhi, e senza preamboli mi prese il cazzo con tre dita, pollice, indice e medio, stringendo con una pressione che oscillava tra il dolore e il piacere, e iniziò a masturbarmi con movimenti secchi, efficienti, privi di tenerezza.

"Viziosa, dovrei punirti ma..." mi sussurrò all'orecchio, il suo alito che mi bruciava il lobo, la voce che vibrava di disprezzo. "...sei il tipo di viziosa che si eccita quando viene umiliata." E aveva ragione perché sentii l'orgasmo che saliva veloce, troppo veloce, il piacere che si concentrava nella punta del cazzo che lei manipolava con precisione chirurgica. Venni in pochi minuti, forse secondi, il tempo si era distorto, e la mia sborra schizzò nel lavandino, mescolandosi con i residui ancora presenti dello zio, creando una pozza ibrida, un cocktail di sperma che colava verso lo scarico.

Ero sfinito, le gambe che cedevano, pronto a cadere in ginocchio, a cercare di pulire, di leccare, di fare qualsiasi cosa per compiacere la Signora e nascondere la mia debolezza. Ma lei mi fermò, una mano sulla spalla che mi spinse contro il lavandino, costringendomi a rimanere in piedi, con le palle ancora appoggiate sul bordo freddo. "Non hai finito," disse, e la sua voce era un ordine. "Non ho intenzione di correre rischi. Ti svuoto per bene, ti mungo come una mucca fino all'ultima goccia."

Iniziò di nuovo, ma stavolta era diverso. Il cazzo, appena venuto, era sensibile, quasi doloroso al tocco, e le sue dita che si muovevano sulla carne arrossata mi facevano sibilare tra i denti, contorcermi, cercare di allontanarmi. Ma non c'era scampo. L'odore della sborra, la mia e quella dello zio mescolate, saliva dal lavandino, un odore acre, ammoniacale, che mi feriva le narici e mi ricordava costantemente cosa stavo facendo, cosa stavo diventando. La Signora mi masturbava con insistenza, ma il cazzo non collaborava, rimaneva mezzo moscio, un tubo di carne che si rifiutava di rialzarsi dopo la scarica appena avvenuta.

La Signora alzò gli occhi al cielo, esasperata. Poi vide la pozza nel lavandino, il miscuglio biancastro di sperma. Raccolse una quantità generosa sul dito indice e me lo portò alla bocca. "Succhia," ordinò, e io obbedii, aprendo le labbra, lasciando che quel dito entrasse nella mia bocca, che il sapore amaro dello sperma mescolato si spandesse sulla mia lingua.

Mentre succhiavo il dito della Signora, mentre assaporavo quel liquido che era parte mio e parte dello zio, iniziai a pensare a lui. Alle sue palle pesanti che aveva appoggiate su quel bordo, al modo in cui si masturbava con calma, al suono schlupp schlupp della sua mano. E il mio cazzo, come per magia, iniziò a risvegliarsi.

Quando venne la seconda volta, fu quasi doloroso, un orgasmo forzato, estratto dal corpo con la violenza della costrizione. Ero coperto di sudore, la camicia bianca che si era incollata alla schiena, il trucco che colava lungo le guance, gli occhi che bruciavano per il mascara e l'eyeliner sciolti che mi creavano pozze nere sotto gli occhi, un effetto da animale inzuppato. Il cazzo, che non veniva da almeno una settimana prima di oggi, era stremato, il glande rosso e irritato, il forellino che gocciolava gli ultimi residui di un liquido ormai trasparente, denutrito, esausto.

Ma la Signora non era soddisfatta. La sua fame di umiliazione, la sua necessità di spingermi oltre i limiti, non era ancora saziata. Mi fece mettere a quattro zampe sul pavimento freddo del bagno, proprio come una cagnolina, la schiena curva, il sedere che spuntava sotto la camicia corta, "Brava cagnolina," disse, "ma ho il braccio stanco. Questa volta devi fare da sola."

Mi ordinò di masturbarmi, di raggiungere il terzo orgasmo in meno di dieci minuti. Ma ero sfinito, il cazzo che pendeva moscio tra le gambe, rifiutandosi di obbedire. Non avevo voglia, non avevo energie, il corpo che chiedeva pietà. La Signora alzò gli occhi al cielo, un gesto di infinita pazienza che celava una crudeltà ancora maggiore. Si inumidì l'indice con la saliva, lo guardò per un attimo, poi me lo infilò nell'ano.

La sensazione fu nuova, bruciante, un corpo estraneo che penetrava in uno spazio che non era preparato ad accoglierlo. I muscoli si contrassero istintivamente, cercando di respingere l'intruso, creando un dolore che si irradiava lungo la schiena. "Fai la brava," mi sussurrò la Signora, la voce che si era fatta più morbida, quasi carezzevole, "rilassati." E con l'altra mano iniziò a stuzzicarmi i testicoli, a tirarli delicatamente, a farli oscillare tra le dita, creando un contrasto tra il dolore anale e il piacere perineale.

Mi ordinò di masturbarmi di nuovo, e io obbedii, prendendo il cazzo con la mano destra, e iniziando a muoverla con movimenti lenti, faticosi. Con il dito della Signora nel culo, quella presenza spigolosa che mi riempiva, che mi faceva sentire piena e vuota allo stesso tempo, l'erezione non tardò ad arrivare. Il cazzo si rialzò, non completamente rigido, ma sufficiente per essere manipolato, per essere spinto verso il terzo orgasmo.

Ero lì, a quattro zampe, con il dito della Signora che muoveva leggermente dentro di me, che mi scopriva in quel modo nuovo e umiliante, mentre mi masturbavo come un animale, quando sentii la maniglia della porta che girava. Qualcuno stava aprendo. Con la mano libera, la sinistra, mi tuffai verso la porta, bloccandola, mentre la destra continuava a muoversi sul cazzo, istintivamente, senza fermarsi. Dalla gola mi uscì un suono, un "occupato" che uscì distorto, rotto dal piacere e dal dolore, con un accento che non era quello straniero che dovevo fingere, ma neanche troppo femminile, una via di mezzo che tradiva la mia vera natura.

Dall'altra parte, lo zio bofonchiò qualcosa, una scusa indistinta, e sentii i passi allontanarsi. Non era entrato, ma mi aveva sentito. La Signora, quando fu sicura che se ne fosse andato, mi guardò con occhi che erano una miscela di delusione e divertimento crudele. "Dovrei metterti un bavaglio, cretina," disse, e la sua voce era dura. "Non sei neppure capace di stare zitta."

Si alzò, mi tolse bruscamente il dito dall'ano, un movimento che mi fece sussultare, e andò a lavarselo nel lavandino, strofinando con violenza sotto l'acqua corrente i miei residui. Per scusarmi, per implorare il suo perdono, per dimostrarle che ero ancora il suo oggetto, il suo giocattolo, mi avvicinai ai suoi piedi e iniziai a baciarli, le punte delle scarpe, i lacci, i calzini grigi, senza smettere di masturbarmi, cercando di finire quello che aveva iniziato.

Quando venni la terza volta, fu un secco, un gocciolamento misero, quasi ridicolo. Lo raccolsi con la mano, lo portai alla bocca, lo mangiai, il sapore salmastro e diluito di un orgasmo svuotato, di una prostata che aveva dato tutto.

La Signora mi guardò, annuì soddisfatta, e mi porse un nuovo paio di mutandine. Erano brasiliane nere, di cotone, con un doppio strato di tessuto nell'inguine che avrebbe dovuto nascondere il pene, ma che in realtà lo avrebbe solo compresso, tenendolo abbassato, invisibile sotto i vestiti. Mi risistemai.

Quando uscimmo dal bagno fu come se nulla fosse successo. Io con la camicia a mo' di abitino cortissimo, il trucco sistemato a puntino ma le gambe che cedevano ancora per la fatica dei tre orgasmi. Iniziammo a pulire il soggiorno, io che spostavo oggetti con mani tremanti, lei che supervisionava con occhio attento. E fu allora che lo zio si avvicinò. Non a me, ma alla Signora. La affiancò, mi guardò, e poi, con quella voce roca che mi faceva venire i brividi nonostante tutto, le chiese: "È un maschio?"

Il mondo si fermò. Il sangue mi si gelò nelle vene, il cuore che smise di battere per un istante che sembrò eterno. Ero scoperto, finito, distrutto. Ma la Signora non si scompose. Mi guardò con occhi freddi, poi guardò lo zio con un'espressione di offesa teatrale, ma convincente. "È evidentemente una femminuccia," disse, la voce che tagliava l'aria come una lama. "E considerando il tuo lavoro, dovresti sapere quanto è offensivo quello che hai appena chiesto."

Lo zio alzò le spalle, un gesto di sufficienza. "Tanto non parla italiano," disse, indicandomi con un cenno del mento.

Ma la Signora non cedette. "È offensivo per me," replicò, e la sua voce si era fatta più bassa, più pericolosa. "È la mia creatura questa. È una femminuccia. Io non mi porto in giro maschi. Certamente non me la porterei a letto"

"A letto?"

"Si, un tempo la notte abbracciavo un cuscino, adesso uso lei."

"Capisco" disse lo zio.

"Lei!" rimarcò la Signora.

Poi, come se volesse dimostrare la sua affermazione, come se volesse mostrare al mondo intero, o almeno a quell'uomo che aveva il potere di distruggermi con una sola parola, mi chiamò. "Vieni qui," ordinò, e io obbedii, avvicinandomi con passi incerti, le gambe che cedevano, il cuore che batteva all'impazzata.

Mi fece girare, lentamente, esponendomi allo zio come una scultura, come una macchina in esposizione. "Guarda," disse alla Signora, e le sue mani iniziarono a toccarmi, a indicare, a presentarmi. Mi prese per i fianchi, i miei fianchi che si erano stretti con le diete, che si erano modellati con gli esercizi, che ora formavano quella curva femminile che avevo sempre guardato con desiderio e che ora possedevo.

Le sue dita affondarono nella carne morbida, stringendo leggermente, misurando la consistenza, il modo in cui la pelle cedeva sotto la pressione per poi ritornare perfettamente liscia. "Guarda che pancino!" disse, le mani che scivolavano sulla mia schiena, delineando la curva che scendeva verso il sedere, le unghie che graffiavano leggermente la pelle, creando solchi rosa che sbiancavano per un istante prima di riempirsi di sangue.

Le sue mani scesero più basse, trovarono la curva delle natiche, e iniziarono a palpare, a valutare la consistenza come un macellaio che esamina un taglio pregiato. "Guarda questo sedere," continuò, e le sue dita si infilarono sotto l'orlo della camicia, sollevandola per mostrare la linea dove il pizzo nero delle mutandine si tagliava sulla carne chiara, creando quel contrasto tra il nero artificiale e la naturalezza della pelle depilata.

Mi fece chinare leggermente in avanti, e io obbedii, avendo ormai imparato a tenere il sedere spinto all'infuori, a enfatizzare le forme, a creare quella curva che nascondeva il pene che giaceva spento tra le gambe, compresso dalle mutandine brasiliane nere. Ero grato, molto grato, di essere già venuto tre volte, perché altrimenti il mio cazzo si sarebbe drizzato in quell'istante, avrebbe creato un'ingombro visibile sotto la camicia, rovinando l'effetto, tradendo la mia natura ambigua.

La Signora continuava la sua presentazione, le sue mani scivolarono sulle cosce, dall'interno verso l'esterno, misurando la distanza, la tonicità, il modo in cui i muscoli si contraevano al suo tocco. Io godevo delle sue mani e degli occhi dello zio che mi toccavano anch'essi.
Le mani della signora accarezzavano la mia schiena nuda sotto la camicia sollevata, che scendevano fino a sfiorare le natiche coperte solo da quel sottile strato di pizzo nero. "È morbida," disse, e lo zio guardava, silenzioso, gli occhi che divoravano ogni centimetro di me, che si posavano sulle curve che la Signora metteva in evidenza con gesti da commessa in un negozio di lusso.

Lo zio non disse nulla, ma il suo sguardo parlava. Parlava di desiderio, di possesso, di voglia, di avere, di usare. Quando la Signora ebbe finito di esporre ogni parte di me, quando mi fece girare di nuovo per mostrare il profilo, il davanti piatto, l'assenza di ingombro che tradiva la mia femminilità forzata, lo zio finalmente parlò. La sua voce era bassa, roca, carica di un desiderio che non si sforzava di nascondere. "È in vendita?" chiese, e la domanda mi fece tremare, mi fece sentire oggetto, merce, carne da mercato.

La Signora lo guardò con occhi gelidi, un ghiaccio che copriva un fuoco di possessività. "Non è ancora pronta," disse, e quelle parole furono sia una condanna che una promessa. "Non è ancora pronta," ripeté, e mi fece raddrizzare, mi fece scendere la camicia, coprendo di nuovo il sedere, nascondendo di nuovo la merce, ritirando l'offerta.

Mi fece tornare a pulire, a spolverare, a fare la camerierina domestica che odorava di fragola artificiale. E io obbedii, grato di essere ancora lì, di non essere stato smascherato e di essere finalmente, agli occhi dello zio, qualcosa che desiderava.
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